4 aprile 2025
Una tregua è già un passo avanti e la Ue faccia i suoi passi avanti
Secondo il DIR di Angelo Gianni il termine tregua risalirebbe all’età del Medioevo con il significato di cessazione temporanea di un conflitto armato pattuita dai capi delle parti in lotta. Nel Medioevo cristiano la Chiesa poteva imporre, pena la scomunica, la sospensione della guerra in giorni sacri come quelli dell’Avvento e della Quaresima, preparatori del Natale e della Pasqua. Purtroppo, nemmeno il vocabolario lo ricorda, la Chiesa fu spesso come parte attiva nelle guerre del Medioevo e dell’età moderna. Si pensi alle Crociate o alle lotte per le investiture. Allora, poi, si trattava spesso di guerre fra feudatari o principi cristiani. Oggi siamo in presenza di conflitti fra ebrei e musulmani, anzi fra lo Stato di Israele e partiti armati islamisti, oppure di guerre intestine fra bande come in Africa, dove spesso gli scontri vedono la presenza di integralisti islamici e cristiani. Insomma non può sfuggire che le guerre di oggi sono guerre spurie, varie e complicate anche più delle guerre del passato. Tanto è vero che il capo dell’ecumene cristiano invoca la pace, ma non si sa chi lo possa ascoltare.
La tregua di cui parliamo, fra Russia e Ucraina, è mediata fra grandi potenze come gli Stati Uniti e la Russia, escludendo in forma diretta persino l’Ucraina che è parte aggredita nella guerra di Putin. Gli ipercritici ritengono che si tratti di una tregua, anzi di una pace ingiusta, visto che non coinvolge in prima battuta né la stessa Ucraina, né l’Unione europea.
In realtà la tregua è solo l’inizio di una trattativa e non è ancora la pace e chi parla di pace ingiusta, in questa fase, non si capisce a quale gioco voglia giocare. Non ci sono autorità sovranazionali come l’ONU in grado di fermare la guerra e non si vuol capire che l’avvio di una tregua, con Dio o senza Dio, è già una tappa per la lunga e tortuosa strada verso la pace.
L’Unione europea che non ha un esercito, né una politica estera, almeno per ora, cerchi di inserirsi nella trattativa che per tre anni non si è stati in grado di portare avanti, mentre la guerra faceva morti e distruzione. Questo è l’ennesimo tentativo e se all’Ue preme la pace dovrà fare tutti i passi necessari per presentarsi unita e forte, anche sul piano della sicurezza militare, al momento della pace che verrà o non verrà.
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Chiarezza in tema di sicurezza europea
Abbondano la retorica, la manipolazione e la malafede in tema di sicurezza europea. Se ne parla troppo e male, per questo occorre richiamare i termini del problema. Il punto cruciale sta nel fatto che la pace non viene per miracolo divino e che per cercare di garantire la pace bisogna investire nella sicurezza e proteggersi dalle minacce esterne. Con “Readiness 2030” la Commissione europea ha proposto di escludere dal Patto di Stabilità e Crescita (PSC), le spese legate alla difesa. Ipotizzando che le spese per la difesa potranno condurre ad un incremento di spesa di 650 milioni di euro. Una cifra disponibile per tutti gli Stati membri, che potranno spendere per la difesa sino all’1,5% del loro PIL in quattro anni. Ovviamente quelli con un forte debito pubblico dovranno fare molta attenzione.
La stessa attenzione vale anche per il programma “Security Action for Europe” (SAFE) proposto dalla Commissione. Esso fornirebbe 150 miliardi per progetti transnazionali sulla difesa. Si tratta, anche in questo caso, di prestiti che andranno ripagati.
Come si può capire, le due proposte della Commissione sono l’inizio di un processo per arrivare a garantire la sicurezza collettiva dell’Ue. Per andare verso una difesa europea occorrerà procedere con tempi ragionevoli e una visione politica più chiara. Occorrerà un’unione politica con un unico centro di comando ed un controllo democratico su di esso. Tutti i 26 paesi che si sono dichiarati a favore del Piano per la sicurezza della Ue proposto dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen dovranno cercare di marciare uniti verso questo obiettivo e chi si chiamerà fuori dovrà restare indietro anche a costo di rivedere i Trattati.
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L’Eurobarometro
Di sfide ce ne sono ormai parecchie, che è inutile richiamarle tutte. Ma oggi la sfida più urgente è quella dell’Europa: riuscirà a far fronte al cambio di paradigma sul piano dei rapporti internazionali? Questa è la sfida delle sfide che il Presidente Trump ha brutalmente presentato all’Europa – “parassita”.
Intanto vediamo cosa ci dice l’Eurobarometro, presentato la scorsa settimana, martedì esattamente, sulla base di interviste condotte tra il 9 gennaio e il 4 febbraio. Giusto il tempo dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca.
In tutti e 27 i paesi europei aderenti l’apprezzamento all’Unione è salito al 74%, il dato più alto registrato in Europa dal 1983. In Italia l’apprezzamento è inferiore alla media Ue e si ferma al 67%, ma a 4 punti in più rispetto al giugno-luglio 2024.
Il 66% dei cittadini europei vuole che l’Unione assuma un ruolo più importante nella protezione dalle crisi globali e dai rischi legati alla sicurezza. A livello nazionale la richiesta di un ruolo rafforzato dell’Unione varia: 87% in Svezia, 47% in Romania, 44% in Polonia.
Il Parlamento europeo è stato colpito da 3 scandali Qatargate, Huaweigate, lo scandalo Le Pen. Tuttavia per il 41% dei cittadini europei e per il 46% degli italiani conserva un’immagine positiva. Il 62% vorrebbe che il Parlamento avesse un ruolo più attivo. In Italia addirittura il 67%.
Come è accaduto con il contrasto alla pandemia, le decisioni più importanti sono state prese dalla Commissione, che ha usato la procedura di emergenza prevista dall’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione in base al quale si richiede solo l’approvazione del Consiglio. La stessa procedura, che è stata usata per la SAFE (sicurezza) che metterà a disposizione per gli Stati membri 150 miliardi da spendere per la difesa. Solo un primo passo per la difesa comune.
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“Libro Aperto”: 30 anni di libera cultura
“Libro Aperto”, la rivista fondata da Giovanni Malagodi e diretta da Antonio Patuelli, celebra i suoi 30 anni. Se la missione degli intellettuali (se ancora esistono) è quella di provare a capire il mondo senza partigianeria e senza retoriche alla moda, “Libro Aperto” ne è un esempio raro e prezioso. Lo è per la liberalità del suo Direttore, lo è per gli autori, lo è per il linguaggio semplice e maturo con cui sono scritti i vari contributi.
Questo numero, 120 gennaio-marzo 2025, presenta ben cinque pagine in tre colonne degli autori che hanno collaborato con “Libro Aperto” dal 1995. A scorrerli capisco perché Antonio Patuelli dedichi tanta cura alla sua rivista, ma anche perché “Libro Aperto” sia una rivista rara e preziosa nel panorama culturale italiano. Una rivista, insomma, che ci fa sperare che la cultura serva ancora, anzi ancora di più nel tempo dell’intelligenza artificiale (vedi il saggio di apertura di Pierluigi Barrotta), dei salotti mediatici e delle tribù che si contendono i social media senza il tempo di leggere almeno qualche libro. Questo numero di “Libro Aperto” per noi di ISFE è molto importante perché contiene alcuni dei contributi del Convegno da noi organizzato a Firenze nel 150° anniversario della nascita di Luigi Einaudi, nonché diversi ed importanti contributi sulle questioni internazionali e sull’Europa, come quelli di Dario Velo, Enzo Moavero Milanesi, Mario Arpino, Gilberto Muraro, Carlo Vivaldi-Forti e Zeffiro Ciuffoletti. Per quanto riguarda le relazioni su Einaudi quella di Michele Cassandro su Croce ed Einaudi. Due vite parallele e quella di Pier Luigi Ballini, Einaudi e De Gasperi. Infine in questo stesso numero si segnalano sempre su Einaudi i contributi di Paolo Bagnoli su Einaudi e Pier Gobetti e di Angelo Varni su Einaudi giornalista.